Giada Messetti racconta Il terremoto del Friuli del 1976

Copertina Messetti 1976

Giada Messetti, Quando tornano le rondini, Mondadori 2026

Alle nove di sera del 6 maggio 1976 un ragazzo diciottenne di Udine, Mario, era felice: stava collaudando il suo nuovo mangiacassette portatile Philips con microfono incorporato, un oggetto che aveva desiderato a lungo e che aveva ricevuto come regalo di compleanno solo pochi giorni prima.

Con pazienza, stava trasferendo da vinile ad audiocasseta un album dei Pink Floyd, totalmente ignaro che ciò che avrebbe inciso sul nastro non sarebbe stato Wish You Were Here della band britannica all'apice della fama mondiale, ma quella che sarebbe poi stata definita da tutti «la voce del terremoto del Friuli».

La registrazione era partita dalla nostalgica Shine On You Crazy Diamond, capolavoro psichedelico dedicato a Syd Barrett, fondatore ed ex membro del gruppo allontanatosi a causa di problemi di salute mentale e abuso di sostanze. Erano già trascorsi più di sei minuti e Roger Waters doveva ancora squarciare con la voce l'incanto di un tema musicale che sembra non voler mai iniziare davero, quando - erano le 21.00.13 - ci fu la lunga scossa.

La corrente saltò subito: Mario e i suoi familiari - oltre ai genitori, in casa c'erano in visita anche la sorella Anny, di tre anni più grande, con il marito Gianpiero e i loro bambini, Carlo e Francesca - rimasero completamente al buio e cercarono di uscire in strada. Per puro caso, la potenza delle vibrazioni attivò la levetta del microfono, dirottando la registrazione dal giradischi - ormai fermo per la mancanza di elettricità - ai suoni dell'ambiente, mentre il mangiacassette, alimentato a batterie, continuava a registrare.

Quell'audio angosciante, oggi disponibile su YouTube, rimane una tra le testimonianze simbolo della tragedia.

Si sentono la batteria e il basso, la chitarra e il synth di Shine On You Crazy Diamond, con in sottofondo i fruscii tipici delle tecnologie dell'epoca, che all'improvviso si distorcono, diventando striduli e poi si interrompono del tutto.

Si percepisce un boato, poi il ticchettio del braccio del giradischi che sembra «stenografare» l'intensità del sisma. Si distinguono l'oscillazione continua e ritmata di ogni elemento dell'ambiente, il rumore dei mobili che sbattono, i bicchieri che cadono. Poi i pianti dei bambini e le grida di paura, non tutte distinguibili.

Una voce femminile urla: «Bambini! Mamma! Mamma, vieni qua».

Una voce maschile risponde: «Scendemo, scendemo!».

Un'altra voce di donna cerca disperatamente Mario: «Mario? Mario?», e poi ancora: «Andiamo giù, dai. Prendi il bambino! Mario!».

Un bimbo piange.

Gli oggetti sbattono.

Il rombo continua.

Voci indistinte si allontanano.

Un uomo grida: «Vien zo!».

Il braccio del giradischi continua a scandire il ritmo della terra che si muove.

Un altro bambino dice: «Mamma, ti vedo!».

Poi cani che abbaiano.

Tutto si fa distante e ovattato.

La registrazione su YouTube si interrompe.

Cinquantanove secondi. Bisogna provare a contarli a voce alta: 1, 2, 3, 4, 5... Cinquantanove secondi in cui manca la terra sotto i piedi e tutto trema con tale forza da scaraventarti di nuovo al suolo se provi ad alzarti e a scappare. Sembrano cinquantanove minuti: sono infiniti.

Il 6 maggio 1976 bastarono cinquantanove secondi di un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter (e di intensità pari al IX-X grado della scala Mercalli) per portar via per sempre 990 vite, ferire 2607 persone, sconvolgere un'area di 900 chilometri quadrati, ridurre 100.000 esseri umani allo stato di sfollati, radere al suolo 17.000 case e danneggiarne altre 75.000. La scossa distrusse tra il 50 e il 90 per cento delle costruzioni a Moggio Udinese, Venzone, Bordano, Trasaghis, Gemona del Friuli, Montenars, Artegna, Osoppo, Buja, Majano ecc. Località ormai quasi sconosciute, ma che nei mesi successivi alla tragedia furono a lungo sulla bocca di tutti. L'eco del disastro si estese per circa 5000 chilometri quadrati: fece tremare l'intero Centro-Nord, arrivando fino a Roma. Oltre confine fu avvertito anche in Austria, in Slovenia, in Germania e nella Francia orientale.

In Friuli si disse che si era risvegliato l'Orcolat, l'orco cattivo, una figura mostruosa ricorrente nei racconti della tradizione popolare, ritenuto la causa degli eventi sismici che nei secoli hanno colpito l'area. Dorme disteso sotto le montagne del Friuli Venezia Giulia, e ogni volta che si muove provoca una catastrofe. Nel 1976 si agitò sotto il monte San Simeone e continuo a squassare la terra per mesi: tra il maggio e l'autunno del 1976 si contarono oltre 400 scosse.

Le più forti, rimaste nella storia, oltre a quella delle 21.00 del 6 maggio - preceduta da una più lieve che non tutti avvertirono - sono quella delle 18.35 dell'11 settembre e quelle delle 5.15 e delle 11.21 del 15 settembre. Oltre a compromettere ulteriormente il patrimonio edilizio e artistico già danneggiato dal sisma di maggio, le tre scosse di settembre ebbero un impatto psicologico profondo: incrinarono in modo definitivo la speranza e lo slancio dei friulani, spegnendo l'illusione di un rapido ritorno alla normalità, e segnarono anche l'inizio di un doloroso esodo, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare i loro paesi d'origine e a sfollare nelle località di mare, come Lignano e Grado. [pp. 5 – 8] 

Chi ha alzato lo sguardo verso il grande ammasso di roccia durante le scosse di maggio e settembre del 1976 racconta di frane e di lingue di luce, simili a scosse elettriche, che lo attraversavano impazzite fino alla cima. Mai fidarsi delle montagne. Per loro siamo creature irrilevanti. Ci possono fare male, senza rendersene conto. Come l'Orcolat, l'orcaccio, come qui molti chiamano il terremoto.

Mentre scrivo, osservo mia madre che finalizza la sua ultima scultura in argilla: la testa di un gigante, appoggiata sulla guancia destra. Dorme, o sembra dormire, e ha un'espressione placida. È totalmente ignaro di ciò che gli sta intorno. Quando però si muove, l'Orcolat distrugge tutto. La leggenda friulana lo dipinge così, come un assassino. Mia madre, che lo ha conosciuto bene, ha scelto invece di ritrarlo quieto e inconsapevole. Non so se l'abbia messo in quella posizione per suggerire che si è appena mosso dopo aver distrutto tutto, o per raccontare che sta per accingersi a farlo. [pp. 13-14] 

I primi due anni di vita li ho trascorsi in un prefabbricato. Non ho ricordi nitidi, solo flash confusi della moquette blu del pavimento, su cui, dice mia madre, ho faticato a imparare a camminare. [p. 17]

Era tutto buio, le scosse di assestamento erano incessanti e dai fianchi delle montagne che costeggiavamo rotolavano giù pietre e grossi macigni. Il rumore delle frane era continuo. Più volte siamo scesi per sgomberare la strada. Arrivati nella località di Moggio, sulla carreggiata opposta alla nostra ho visto un'auto, una Mini Minor, schiacciata sotto un sasso enorme. La parte posteriore non c'era più, mentre il cofano e i sedili davanti erano intatti. Ho pensato che noi eravamo piccoli in confronto alla montagna. Ho sperato che i passeggeri della macchina fossero riusciti a salvarsi.

Più ci avvicinavamo a Gemona, più la devastazione aumentava. Venzone era distrutta, la frazione di Portis gravemente danneggiata. Dopo cinque ore di viaggio, il camionista mi ha scaricata a Gemona bassa, sulla Pontebbana.

C'era un via vai di autoambulanze. Ho corso per un chilometro, fino alla stazione ferroviaria. Lungo la strada, ho incontrato solo persone sporche di bianco, ricoperte di polvere dalla testa ai piedi. Cercavo disperatamente qualche faccia conosciuta a cui domandare quello che non volevo sentirmi dire, ma incrociavo solo volti nuovi, mai visti. Mi è venuto incontro un anziano frate, anche lui impolverato.

Indossava i sandali e teneva in mano un crocifisso. "Dove vai?" mi ha chiesto. Ho risposto che volevo raggiungere il centro, a Gemona alta. Lui ha alzato il crocifisso e, dandomi la benedizione, mi ha detto: "Lì è tutto distrutto". [p. 26]

In mezzo a quella devastazione e quel dolore, mi ricordo l'immagine surreale dell'auto di mio padre, una Fiat 128 azzurro chiaro, parcheggiata davanti a casa. Metri e metri di macerie e quell'auto lucida, intatta in mezzo all'inferno.

Un ricordo che ho ancora negli occhi. [p. 27]

Dell'estate del '76 ho in mente pochi frammenti. Le scosse dell'11 e del 15 settembre, invece, le ricordo bene. Questa volta ero a Gemona e ho guardato l'Orcolat dritto negli occhi. Quando I'11 settembre è arrivata la scossa delle 18.35 ero con il mio moroso Francesco, davanti a casa sua. Il terremoto del 6 maggio l'aveva risparmiata, quello di settembre non è stato altrettanto clemente. Ho visto il terreno incresparsi come se ci fossero le onde. Gli alberi ai lati della strada si sono inclinati fino a diventare paralleli all'orizzonte, poi sono tornati verticali. In un attimo. Il tetto della casa ha preso il volo. Si è letteralmente sollevato. Mi ricordo di aver visto il lampadario del soggiorno attraverso la crepa enorme che si era creata. [pp. 32-33]

Chi ha vissuto il terremoto del Friuli ha sviluppato un sismografo interiore. Alla fine degli anni Settanta comunemente per misurare la forza di un terremoto non si usava la scala Richter, bensì quella Mercalli. Indicava il grado di distruzione. Noi sapevamo che con il VI grado Mercalli cadevano gli oggetti dentro gli armadi, con il VII i "mobili camminavano": si spostavano, oppure cadevano. È per questo che il nonno Guido, quando tu e tuo fratello eravate piccoli, non voleva armadi alti e sia in baracca sia in casa ha sempre inchiodato tutto al muro con i fischer. Aveva paura che qualcosa vi cadesse addosso. Uno dei tanti lasciti silenziosi dell'essere terremotati. [pp. 36-37]

alle 21.00.13, l'Orcolat comincia ad agitarsi forte e si scatena per cinquantanove secondi. [p. 41]

Forse perché all'epoca è solito fumare la pipa, Alberto ha l'impressione di essere un fiammifero spento dentro una scatola vuota. Come se un gigante tenesse in mano quel piccolo contenitore e lo agitasse con forza. Prima percepisce l'andamento ondulatorio, continuo, senza pause; poi quello sussultorio. Se l'ondulatorio gli rende impossibile appoggiare le mani sui muri, che letteralmente lo respingono, il sussultorio gli dà la sensazione di ricevere delle pedate violentissime sotto le piante dei piedi. Quando tutto finisce, esce sulla passerella sospesa che collega il suo appartamento alla terrazza. Vede la luna piena, velata da una nuvola di polvere, e si accorge che la torre dell’orologio del castello medievale di Gemona non c’è più. [pp. 42-43]

Il 6 maggio 1976 un terremoto di magnitudo 6.5 colpisce duramente il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle Province di Udine e Pordenone. Il terremoto, avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, è seguito da numerose repliche, alcune delle quali molto forti. Il 15 settembre una nuova scossa di magnitudo 5.9 provoca ulteriori distruzioni. Perdono la vita complessivamente 965 persone.