Il terremoto del Belice del 1968 nel racconto di Anna Ditta

Anna Ditta, Belice. Il terremoto del 1968, le lotte civili, gli scandali sulla ricostruzione dell’ultima periferia d’Italia, Infinito Edizioni 2018
Per un tragico paradosso, lo stesso giorno in cui alcune delle sue città vengono distrutte o profondamente danneggiate, la Valle del Belice inizia a esistere per gran parte d'Italia. Fino al giorno prima, di questa zona ai margini del nostro Paese, caratterizzata da una storia antica e ricca, si sapeva ben poco.
È il 15 gennaio 1968. Il terremoto fa crollare i muri delle case e squarcia il velo che nasconde le misere condizioni di vita dei suoi abitanti, catturati dagli obiettivi e dalle macchine da presa dei giornalisti e dei fotografi. L'Italia scopre in questo modo una delle sue zone più arretrate economicamente, con un tasso di disoccupazione altissimo e un tasso di alfabetizzazione ancora troppo basso. [p. 53]
La prima scossa di terremoto, all'una e trenta del pomeriggio di domenica 14 gennaio, viene avvertita in tutta la Sicilia occidentale, dalla provincia di Trapani a quelle di Palermo e Agrigento, ma non provoca gravi danni. A Palermo gli abitanti che hanno i telefoni in casa chiamano amici e parenti per scambiarsi sensazioni su ciò che è appena accaduto. Nel pomeriggio seguono altre scosse e le autorità mobilitano in via prudenziale polizia, carabinieri e vigili del fuoco'. Quella sera alcuni abitanti della Valle del Belice decidono di trascorrere la notte nei casolari di campagna, ritenuti più sicuri perché avrebbero consentito di uscire agevolmente fuori, in caso di emergenza, e di trovarsi in uno spazio aperto senza altri edifici intorno.
La famiglia di mio padre, a Calatafimi, sceglie di dormire dentro l'automobile del nonno, una Fiat 850 bianca. Sono parcheggiati nello spiazzo tra la strada statale e l'Ossario di Pianto Romano, lì dove sè fatta l'Italia con Garibaldi. Oltre a loro, nell'ampio sterrato alle porte del paese c'è solo un'altra macchina. Da sotto le coperte che hanno portato per scaldarsi, date le temperature molto basse, guardano le luci di Calatafimi.
La famiglia di mia madre invece vive a Castelvetrano. Quella notte loro rimangono a dormire in casa. L'automobile non ce l'hanno e comunque non ci entrerebbero tutti, dato che sono nove in famiglia.
Madre, padre e sette figli. Mia mamma, che ha undici anni, dorme nel divano-letto della cameretta con le sue sorelle più piccole. La minore, mia zia Anna, non ha neanche cinque anni. Di colpo sentono un boato e sembra che la stanza sia illuminata a giorno. Il muro di fronte a loro si spacca in due. Mia madre tira la coperta sopra la sua testa e quella delle sorelle. [pp.67 – 68]
Gli abitanti della Valle del Belice, svegliati dalla scossa, si affrettano a uscire di casa e a mettersi al sicuro all'aperto. Alcuni di loro stanno ancora lasciando le loro case quando arriva la scossa più forte, quella distruttiva, delle 3,02 della notte. Si sente il boato di paesi interi che crollano: le case di tufo, costruite coi risparmi di una vita o le rimesse degli emigrati, si spezzano. Alcune seppelliscono i loro abitanti.
A Santa Margherita Belice crollano molte case, tutte le chiese e l'antico palazzo dei principi Filangeri di Cutò, dove aveva trascorso le sue estati lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa traendo ispirazione per Il Gattopardo. Al momento del crollo i presenti sentono il suono delle campane del palazzo e della chiesa madre e si ricordano di un'antica profezia secondo la quale le campane del palazzo Cutò, ferme da molti anni, sarebbero tornate a suonare quando il paese sarebbe crollato. [p.69]
14 gennaio 1968. Un terremoto di magnitudo 6.4 devasta la Valle del Belice, in Sicilia. La gestione dell’emergenza si rivela fallimentare per la mancanza di coordinamento tra le forze in campo. La ricostruzione sarà molto lunga, con i centri abitati riedificati in luoghi distanti da quelli colpiti dal terremoto.