Il Terremoto del Belice del 1968 nel racconto di Carola Susani

Copertina Susani 1968

Carola Susani, L'infanzia è un terremoto, Laterza, 2008

I ragazzi di Montevago guardano con pietà quelli di Gibellina. Come fanno a crescere a Gibellina? Gibellina è un altro dei paesi rasi al suolo dal terremoto del '68. Ma a Gibellina non hanno le rovine, i perimetri delle case intasati di fango, la matrice sventrata, le scarpe e i giornali. Gibellina nuova è lontanissima dal paese dov'era.Del paese vecchio non è restata traccia: al suo posto c'è un'opera d'arte, il Cretto di Burri.

Come fanno a Gibellina, si domanda Giuseppe, a diventare adulti? Giuseppe odia il Cretto. Non lo odia solo Giuseppe. Tutti i suoi amici odiano il Cretto. Dicono: questa colata bianca di cemento, che è? Ha tolto il vecchio paese. Ora che c'è sopra questa cosa, non ci si può più tornare.

Io amo il Cretto. Prende la forma della collina, è più chiaro del cemento, è bianco accecante, sembra gesso, ma non è friabile come il gesso. All'interno è attraversato da isolati e strade monocrome e indistinte: il tracciato viario di Gibellina. Sta dov'era la vecchia città. È una traccia che ne mantiene la memoria. [p.15]

Stavano uscendo dal portone quando hanno sentito la scossa. Era quella del 14 all'ora di pranzo.

Lorenzo racconta che da una porta a pianterreno è uscito un uomo, ha agguantato il figlio: «Dintra, disgraziato, chi c'è lu tirrimotu».

Poi, di bocca in bocca, «tirrimotu, tirrimotu, tirrimotu», si è diffusa la notizia. Voci dicevano che quella notte alle dieci ci sarebbe stata la fine del mondo, la fonte pare che fossero i sogni. Di sogni premonitori ho sentito dire.

Padre Mariano nel suo libro racconta di un signore di Salaparuta che «venne quasi avvertito nel sogno di prendere la sua figliola che vedeva vestita di bianco e volante come una farfalla assieme alla moglie e di andare via». [p.33]

Era gennaio, faceva un gran freddo, i termosifoni erano spenti. Ci scaldavamo in cucina, attorno a una tazza di tè. Ho chiesto cosa ricordavano del terremoto. Mi ha risposto Angela.

«Noi eravamo emigrati in Australia, emigrati dal 62, siccome i genitori di mia madre erano molto anziani abbiamo deciso di trascorrere il Natale del 1967 a Partanna. Siamo arrivati il 14 dicembre per rimanere due mesi. Perciò, il 14 gennaio c'è stato il terremoto e abbiamo trascorso un mese sotto le tende.

«Il 14 c'è stata la prima scossa, siamo usciti fuori, lì per lì sembrava una cosa passeggera, una cosa lieve. La popolazione era un po' spaventata. E la sera è venuto il fratello di mio padre che ci ha portato in campagna da lui. Abbiamo acceso il fuoco e ci siamo messi a dormire dentro il caseggiato in campagna, non conoscendo i rischi che questo poteva comportare. Tutto a un tratto durante la notte c'è stata una fortissima scossa e siamo usciti. C'era la neve. Scalzi, mezzi vestiti e mezzi no. Dalla campagna si vedeva a specchio Santa Ninfa, Santa Ninfa era tutto illuminato.

«Subito dopo c'è stata un'altra scossa molto forte e abbiamo sentito un insieme di grida, di sassi che rotolavano, un grandissimo boato e a un tratto le luci si sono spente e si vedeva tutt'attorno, in campagna, tutto buio. E non sapevamo se a Partanna i nostri parenti, i nostri amici erano vivi, erano morti, se il paese era completamente distrutto o meno». [pp.36-37]

Dall'altra parte della piccola vallata, Salaparuta doveva essere stata bella, c'era un intero quartiere cinquecentesco. Era articolata, una trama di quartieri, più antichi, più recenti, ognuno con una targa messa qualche decennio fa per ricordare. Non c'erano case sventrate o mura, era restato giusto il perimetro delle costruzioni, sassi accatastati. Tra i quartieri antichi e quelli nuovi, nessuna distinzione. Non c'era più l'arancio del tufo nella sera, tutto era scuro, cupo, bruno. Salaparuta era nera come se invece di un terremoto fosse stata distrutta da un incendio. Sulla provinciale che una volta attraversava il paese c'era l'insegna blu della banca quasi per terra, l'agenzia si era accartocciata su sé stessa. A vederla, poteva essere venuta giù ieri, la polvere poteva essersi sparsa con il crollo. C'era una salita piena di ghiaia e polvere tra due ali di crolli, il corso, la strada principale del paese. [p.43]

14 gennaio 1968. Un terremoto di magnitudo 6.4 devasta la Valle del Belice, in Sicilia. La gestione dell’emergenza si rivela fallimentare per la mancanza di coordinamento tra le forze in campo. La ricostruzione sarà molto lunga, con i centri abitati riedificati in luoghi distanti da quelli colpiti dal terremoto.