Il Terremoto dell’Abruzzo del 2009 nel racconto di Donatella Di Pietrantonio

Donatella Di Pietrantonio, Bella mia, Einaudi 2018
Ci troviamo intorno a questa tavola ricostruita che non appartiene a nessuno di noi. Ciascuno aveva la propria, la nonna vedova nella sua casa di paese, io in centro città e lui con la mamma non distante; loro due erano tornati qui da un anno e mezzo, quando è successo. Ora stiamo insieme, noi tre soli nell’appartamento assegnato. È nostro nipote, mio e di mia madre.
Non avevamo bisogno del terremoto. Ognuno possedeva già i suoi dolori. [pag.6]
Avevo già paura, la sera del 5 aprile. Mia madre la sentiva nel telefono, ha detto: vieni a dormire qui, al paese. Allora le ho chiesto io se era spaventata, giocando sull’equivoco. No, lei no, fino a quando non le ha tolto la figlia, era disposta a inserire il lungo terremoto nel catalogo delle tante avversità databili della sua vita, come la neve del ’56 che li aveva lasciati senza pane, o la polmonite dell’82, che non passava mai. Anche il terremoto non guariva, era un’epilessia profonda della terra insorta da un momento all’altro e non smetteva più. Sotto di noi le convulsioni si ripetevano da mesi, senza uno schema, una regolarità, ora più intense, ora appena percettibili, secondo una sequenza disordinata e snervante. A volte una pausa più protratta dopo una scossa ci illudeva fino alla successiva, più forte dell’ultima. [pag.71]
Cantavano gli uccelli notturni, uno in particolare ripeteva sempre lo stesso chiù monotono. Ho creduto di riconoscere l’assiolo, una volta Roberto ci aveva detto che il suo verso è un Mi bemolle. Nemmeno il tempo di chiedermi che ci facesse un assiolo in centro, hanno taciuto, tutti insieme. Quasi nello stesso istante si sono messi ad abbaiare i cani, in coro, a cerchio, dai palazzi e più lontano, dalle campagne e dalle frazioni della città. Davano l’allarme per quello che arrivava, nella loro lingua inascoltata. Confusa tra le altre, la voce di Bric da Onna latrava contro la resistenza del suo padrone e io non ne sapevo niente. Di colpo mi ha investito dura l’aria, non il vento, una massa compatta di aria percossa. Sono rientrata con un salto ed è cominciato. [pag.75]
È morta del suo ritardo. Il frastuono si era attenuato, reso elastico dal moto ora ondulatorio della casa che non sussultava più. Qualcuno aveva diminuito la velocità del frullatore matto che ci conteneva………Nel silenzio precario strideva un rumore discontinuo di corda tesa fin quasi allo strappo, un attrito di mille denti arrotati in qualche punto delle murature sconvolte, verso l’alto. Avrei capito più tardi che si trattava della trave maestra, prossima ad abbattersi. Già in bilico, aspettava Olivia…Sul primo gradino lei mi ha ceduto il passo accompagnandomi la schiena con il gesto e la voce: scendi insieme a lui, presto. E tu? – mi sono fermata. – Prendo solo due cose e arrivo, vai con Marco. Il nome del figlio è stata la sua ultima parola. [pag. 83-84]
Ogni notte tento di scardinare l’irreversibile, girando nella mente finali alternativi. Di solito obbligo la trave alla resistenza grazie ai lavori di rinforzo che l’ingegnere della mia fantasia, più prudente di quello vero, ha fatto eseguire. Oppure crolla un attimo dopo che Olivia ci è passata sotto, con i pantaloni e le scarpe del figlio in mano. O rimango io coraggiosa a prenderli e mando avanti lei a salvarsi con Marco. Potevamo scambiarci la morte, come ci siamo sempre scambiate i vestiti, i libri, le occasioni. [pag. 95-96]
L’Aquila, novantanove chiese, novantanove piazze e novantanove gru. Di quello che gli aquilani si portano dentro nessuno parla. [pag.182]
Alle 3.32 del 6 aprile 2009, dopo una sequenza sismica durata quattro mesi, una forte scossa di magnitudo 6.3 colpisce il territorio aquilano e abruzzese. Il terremoto provoca 309 vittime e oltre 1500 feriti, soprattutto nel capoluogo e nella frazione di Onna. L’Aquila, posta in area epicentrale, subisce gravissimi danni al patrimonio abitativo e artistico-culturale