Il terremoto dell’Abruzzo del 2009 nel racconto di Titti Consalvi

Titti Consalvi, Era cinquepuntootto, Aquilano, in a cura di, Trema la terra,NEO Edizioni 2010
C’erano nate. Cresciute. Vissute e bevute. L'Aquila era incastonata nel ventre molle della Dorsale Appenninica, protetta da un Gigante di Pietra e una Donna Dormiente, dai quali traeva la sua docile rigidità. Si diceva che all'Aquila ci fossero più salite che discese, e che il paradosso fosse dovuto al continuo fluttuare delle bolle d'aria sulle quali galleggiava la sua - poco - terraferma. L’introversa e instabile conformazione geo-urbanistica dell'insediamento e la fin troppo esperita ciclicità storica di fasti e miserie, l’avevano convinta a rifiutare per onestà intellettuale il panta rei e a giurare fedeltà incondizionata all'immota manet, consacrandosi come città senza tempo né spazio. Al massimo città di momenti ed epicentri, a volte distrutta dalla sua stessa magnitudo.
Difficile chiedere alla giovane popolazione autoctona di restare intrappolata in questa città dell'eterno presente, impossibile impedirle di tornare, dopo innumerevoli deviazioni ed errori. Per questo figli, amici, amanti e conoscenti, un po' per necessità di fuggire, un po' per piacere di evadere, partivano e tornavano, tornavano e ripartivano, sicuri di trovare L'Aquila sempre lì, al loro ritorno, impassibile tanto agli infiniti inverni artici quanto alle fulminee estati africane. La città intanto, certa che fughe e ritorni si sarebbero trasformati in soste permanenti, osservava le sorti del mercato mattutino di Piazza Duomo e le derive della Movida nottambula del Corso, con la stessa benevolenza che una madre ha verso i suoi numerosi figli. [p.227]
Così ci si abituava alle scosse. Fin dalla prima, con l'incrollabile speranza che fosse l'ultima. Ed invece era sempre la penultima.
Perché ogni onda ne richiama un'altra, e via di seguito, così, sempre uguali e sempre diverse: quelle che fanno trattenere il fato, quelle che obbligano a sprecarne, quelle che non si percepiscono quelle che si dimenticano, quelle che fanno confondere anche laddove non esistono scuse o dubbi, quelle che umiliano la buona fede e crepano un po' di più le difese; tutte comunque, indistintamente, come la goccia che scava la roccia, lambiscono l'anima, s’increspano sul corpo, s'infrangono sulla mente.
Capita poi che arrivi l'onda anomala, imprevedibile, e che in un'eterna manciata di secondi il logorante cullare del sottosuolo paralizzi la memoria. Di chi si scioglie con le proprie mura. Di chi ne rimane insoluto. E malgrado tutto continua a camminare, perché a nessuno arriva mai qualcosa che non sia in grado di sopportare. Allora, qualsiasi cosa intorno, che sia ferma o che si muova, è ancora nuova e già familiare, e lo spazio e il tempo in impercettibili lampi di perfezione oscurano la relatività degli eventi e illuminano l'assolutezza della Vita. Allora non importa che tutto sia fermo se sei tu a tremare, e non importa quanto forte fuori tremi, se tu sei inamovibile dentro. Sei lì con te stesso e il tuo mantra più o meno consapevole è Frangar non flectar, e sai che se qui ed ora ti senti vinto, domani non sarai domo, e che la tua città dolente non è perduta perché eterna nella tua mente. In quel luogo che tutto può scuotere con un'idea ferma.
Ora che Medea ha assassinato e Didone si è annientata, ora che Penelope ha atteso invano e Cassandra non è stata ascoltata, è la Città Psichica a dover aprire gli occhi e a scegliere consapevolmente, tra falchi e colombe, di essere L'Aquila.
6 aprile 2009.
Ora 03:32:39.
Latitudine 42.334.
Longitudine 13.334.
Profondità 8,8 km.
Era cinquepuntootto, Aquilano [pp.245-6]
Alle 3.32 del 6 aprile 2009, dopo una sequenza sismica durata quattro mesi, una forte scossa di magnitudo 6.3 colpisce il territorio aquilano e abruzzese. Il terremoto provoca 309 vittime e oltre 1500 feriti, soprattutto nel capoluogo e nella frazione di Onna. L’Aquila, posta in area epicentrale, subisce gravissimi danni al patrimonio abitativo e artistico-culturale.