Il Terremoto dell’Irpinia del 1980 nel racconto di Gloria Vocaturo

Copertina Vocaturo 1980

Gloria Vocaturo, Fate presto! Il Terremoto dell’80, Castelvecchi Lit Edizioni, 2025

Napoli non era più Napoli. Era sospesa in un tempo che non le apparteneva. L’avevo incastrata tra la vita e la morte. Tra il traffico convulso di qualche ora prima e una notte infinita. [pp. 22- 23]

Tutto era silenzioso, innaturale. Le linee telefoniche erano mute. I cavi tranciati. Come contattare i soccorsi? Come rintracciare i familiari? Nessuno sapeva nulla di nessuno. Chi era vivo? Chi era morto? Chi era sotto le rovine? Napoli era tagliata fuori dal resto del mondo. [p. 29]

Non c’era stato scampo: chi era dentro, intento a cenare o a guardare la TV, non aveva avuto il tempo di uscire. Un lamento lontano, poi urla. Le 19.34. L’ora di cena. I tavoli apparecchiati. Le pentole sul fuoco. La televisione accesa. Poi il boato. Il crollo verticale. Tutto schiacciato dall’alto verso il basso in pochi istanti. [p. 33] 

Il pronto soccorso era diventato una bocca che non smetteva mai di masticare. Ogni volta che sembrava piena, arrivava un altro ferito. E poi un altro ancora. Quando Napoli sanguina si riversa qui, in questo groviglio di corpi e attese. Il Cardarelli è il ventre della città ferita. Tutto arriva qui. Il dolore. La paura. La speranza di sopravvivere. [p. 51]

L’ospedale era un’onda senza fine. Ogni minuto ne arrivavano altri: dal centro, dalla periferia, dai quartieri popolari, da quelli ricchi. Il terremoto non faceva distinzioni. [p. 52]

Come spieghi a una bambina che il mondo non è un posto sicuro? Che le case crollano. Che la gente muore. Che tutto può finire in novanta secondi? [p. 61]

Un atto di resistenza collettiva. Contro l’isolamento. Contro la morte. Le loro voci, gracchianti, intermittenti, spezzate dalle interferenze, erano l’unica cosa che teneva unita l’Irpinia al resto del mondo. Erano i fili invisibili che dicevano “Non siete soli. Vi sentiamo. Stiamo arrivando”. [p. 65]

Si ricostruisce un edificio. Ma le vite dentro? [p. 73]

La terra respirava, era viva, era terribilmente arrabbiata. Questo capitava non solo a Sant’Angelo ma in tutti i paesi dell’Irpinia fino in Basilicata. Ovunque. La stessa paura. Lo stesso terrore. La stessa certezza che nulla era finito. [p. 77]

Novembre in Irpinia. Novecento metri sul livello del mare. La notte la temperatura scendeva sotto lo zero. Nelle tende non c’era nulla che riscaldasse. Nessuno dormiva davvero. Dormicchiavano. Sobbalzavano. Si svegliavano. Ascoltavano. Aspettando la prossima scossa. Aspettando l’alba. Aspettando che finisse. L’Irpinia è una terra dura. Terra bella. Terra matrigna. D’estate ti brucia, d’inverno ti gela. A novembre fa entrambe le cose nello stesso giorno. E quella notte – quelle notti – il freddo era più freddo. Perché non c’erano più le case. Non c’erano più i camini. [p. 87]

Vi fu una frattura pari a trenta chilometri di profondità. Quindicimila chilometri quadrati devastati in novanta interminabili secondi. Praticamente un cratere. Numeri. Freddi. Scientifici. Ma dietro ogni numero c’era una persona, una casa, una vita. Trenta chilometri di profondità. La terra che si spezza. Che si muove. Che uccide. Quindicimila chilometri quadrati. Centinaia di paesi. Migliaia di case. Decine di migliaia di vite sconvolte. Novanta secondi. Un minuto e mezzo. Il tempo di una canzone. Il tempo per distruggere tutto. [p. 90]

Il centro storico. Case del Settecento. Pietra e malta. Crollate. E i palazzi nuovi. Anni Sessanta. Cemento armato. Moderni. Sicuri. Crollati anche quelli. Il terremoto non aveva fatto distinzioni. Vecchio o nuovo. Ricco o povero. Tutto uguale. Tutto giù. [p. 97]

Il pastificio Grasso. Le macchine ferme. I sacchi di farina sparsi. La semola uscita dai sacchi rotti nel magazzino vicino, si era mescolata alle macerie. Una polvere bianca. Che copriva tutto. Creava una nebbia irreale. Come neve. Ma non era neve. Era morte. Era distruzione. [p. 98]

Ho imparato che ciò che salva non è la forza ma l’altro. Che in questa terra la tragedia non annienta ma trasforma. Quella notte i gesti furono l’unico mezzo, l’unica lingua, l’unica reazione possibile. Hanno rivelato chi eravamo veramente. [p. 114]

Siamo diventati titolo da prima pagina. Fate presto: un grido per non sparire ancora. [p. 115]

Il 23 novembre 1980 un terremoto di magnitudo 6.9 colpisce una vasta area della Campania, della Basilicata e marginalmente della Puglia, causando 2734 vittime. A riportare gravi lesioni sono complessivamente 688 comuni, metà dei quali registra la perdita dell’intero patrimonio abitativo.  Il Presidente Pertini denuncia il ritardo dei soccorsi e le gravi mancanze nell’azione dello Stato.