Il terremoto e il maremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 racconto di Nadia Terranova

Nadia Terranova, Trema la notte, Einaudi 2023

Un attimo prima di voltare le spalle alla notte, il mare si mosse. Una polifonia mi attraversò le orecchie, il pavimento crollò insieme ai detriti della mia casa e con loro precipitai su una catasta di rovine. Il mondo come lo avevo conosciuto finì e ogni cosa amata e odiata disparve. [Barbara – Sicilia p.42]

Il tempo di drizzare le orecchie e l'apocalisse era già iniziata. Uno Scill'e Cariddi insieme, un mostro con sei teste, ciascuna con tre file di denti aguzzi, si era levato dal centro dello Stretto, aveva agitato la sua coda di drago e con quella aveva raso al suolo la riva calabrese mentre il fragore di un tuono anomalo la faceva deflagrare. [Nicola – Calabria p.43]

Fu allora che Nicola si guardò intorno, e davvero vide ciò che era rimasto della sua vita. Del palazzo dove era nato e cresciuto, in piedi c’era solo l’arco che separava la sala da pranzo dall’ingresso, senza più muri né soffitti. Per il resto polvere, pietre, il profilo rovinoso del comò della mamma, cocci a fiori bianchi e gialli del servizio da tavola, libri schiacciati da mattoni, mobili in frantumi, schegge di specchi. Un gigante si era seduto sulla sua casa, e quella non ne aveva retto il peso. [Nicola – Calabria p.47]

Alle cinque e ventuno, a Messina, città mio desiderio e meta, mia origine e scelto destino, capitale e antitesi dal paese da cui scappavo, i vivi non esistevano più. Solo i morti e i morti viventi. Caduta come un angelo peccatore, io a quale categoria appartenevo? Ammaccata ma integra, per lunghi minuti nelle orecchie ebbi l’eco di tuoni vomitati dall’abisso, negli occhi fumo e cenere, sotto il corpo una frolla di cemento e, sopra, una pioggia di caligine. Le onde che volevano mangiarmi si ritrassero. Poi il silenzio. La ragazza venuta giù assieme alla facciata del suo palazzo ero io. La ragazza portata via dalla finestra, dirupata da un misero secondo piano sopra un mucchio di macerie, aveva la mia faccia, la mia pelle. [Barbara – Sicilia p.51]

La città intera era una quinta teatrale, visi di palazzi persistevano nascondendo alle spalle travi divelte, soprammobili rotti, armadi e letti azzoppati; gli esterni erano lapidi dietro cui si mischiavano tumuli e ossa, come al camposanto. Messina, un corpo in agonia, sanguinava da finestre fracassate e nonostante l’epistassi non moriva, si ostinava a esistere puzzando di sconforto e letame. [Barbara – Sicilia p.59-60]

Quando non si sa dove andare, si torna sempre a casa. Se la casa non c’è più, si torna lo stesso. [Nicola – Calabria p.99]

Reggio non esiste più, - disse ancora Emma, ripetendo le parole dei grandi. Nicola non voleva sentirlo. Reggio esisteva, ammaccata ma viva, distrutta ma sempre uguale. Dove c’erano case ci sarebbero state caverne, dove c’erano strade avrebbero potuto costruire sentieri: sarebbe stato semplice sopravvivere. Ventidue bambini insieme erano un popolo intero, se tutti avessero voluto, se li avessero lasciati fare. [Nicola – Calabria p.104]

 

28 dicembre 1908. Una scossa di magnitudo 7.2 colpisce la Sicilia orientale e la Calabria meridionale. La scossa è seguita da un devastante maremoto che travolge le coste dello Stretto aggravando le distruzioni del terremoto e causando ulteriori vittime tra le persone scampate ai crolli.