La frana del Vajont del 1963 nel racconto di Gian Antonio Cibotto

Gian Antonio Cibotto, Stramalora, La nave di Teseo, 2023
Erano ormai tre giorni che i tecnici chiamavano la sede centrale denunciando l'aggravarsi della situazione. Ma da Venezia la risposta era sempre la stessa: che il fenomeno era pienamente controllato. Anzi quando il geometra si è messo a protestare: 'Qua casca tuto,' fa la telefonista imitando le invocazioni degli uomini appollaiati al fianco della diga, 'ne piove in testa la montagna', dall'altra parte una voce ‘ga dito’: caso mai ti te la vedi bruta, monta in barca.’ E allora il geometra – continua mescolando parole italiane e frasi dialettali – ‘altro che barca, qua ghe vole le ale.’”
Pareva che dopo le battute scherzose tutto fosse tornato calmo, e invece qualche minuto prima di chiudere, ancora la stessa voce allarmata, proveniente dalla diga, aveva chiamato di nuovo la sede, avvertendo i carabinieri di bloccare il traffico sulla strada che portava al bacino idroelettrico. "A ripensarci bisogna dire che le loro insistenze nascevano dal 'presentimento', prosegue abbandonandosi a un sospiro. "La telefonata dalla diga è stata l'ultima," mormora accorata. "Poi, infilato il paltò, sono uscita con mia sorella. Arrivata a casa ho udito un rombo spaventoso. Senza nemmeno riflettere, d'istinto ho preso la bambina in braccio, e seguita da mio marito sono corsa fuori! Non ho fatto in tempo a chiudere la porta, che un'ondata d'acqua ci ha sbattuto contro la casa. Ripreso fiato, vincendo la morsa del freddo, mi sono diretta subito verso il monte, aggrappandomi ai ciuffi d'erba, agli arbusti, ai tronchi degli alberi. Avevo l'incubo di venire ripresa dalla corrente, sentivo nelle ossa dei brividi, ma ho continuato a salire di corsa, e quando mi sono girata, ho visto una gran nuvola bianca sospesa sul paese. Dopo non esisteva più nulla. Sulle prime mi sembrava impossibile, credevo non fosse vero; invece quando siamo discesi c'erano in piedi soltanto quattro case, oltre la mia e il municipio. Intorno era tutto un gridare, un piangere, insomma una disperazione," conclude portandosi il fazzoletto agli occhi. E nel ripetere la parola "disperazione" allarga le braccia quasi ad abbracciare il panorama di rovine accumulate dove prima c'erano i negozi, i caffè, l'albergo, i suoi parenti e gli amici. [pp. 43- 44]
9 ottobre 1963. Una frana di enormi dimensioni – 270 milioni di metri cubi – si stacca dal monte Toc precipitando nelle acque del bacino alpino idroelettrico del Vajont, nell'omonima valle al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto. L’impatto con l’acqua genera un’onda di circa 50 milioni di metri cubi che travolge prima Erto e Casso per poi scavalcare la grande diga e distruggere gli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone. 1.917 persone perdono la vita, 400 non saranno mai ritrovate.