La frana del Vajont del 1963 nel racconto di Marco Armiero

Marco Armiero, La tragedia del Vajont, Einaudi, 2023
Il 9 ottobre del 1963 alle 22:39 una frana di quasi 300 milioni di metri cubi di roccia precipitò dal monte Toc nel bacino idroelettrico del Vajont. L'impatto sollevò un'onda di cinquanta milioni di metri cubi che in parte scavalcò la diga e, correndo alla velocità di 100 km/h, portò morte e distruzione nell'intera vallata. La cittadina di Longarone fu quasi completamente distrutta. Secondo gli esperti, la frana sprigionò un'energia pari al doppio di quella prodotta dalla bomba atomica di Hiroshima. Le vittime furono circa duemila. [p. 1]
Micaela si trovò risucchiata nel disastro del Vajont. Così ricordava quei momenti in un'intervista raccolta dal Comitato:
.. una folata di vento che arriva da lontano e fa sbattere le imposte, poi... un rumore sordo, fondo, la sensazione che il letto prendesse velocità, una forza spaventosa che mi prendeva alla schiena, mi piegava in due, mi schiacciava; la sensazione di essere di gomma, di allargarmi e poi restringermi, gli occhi diventati due stelle; una pressione enorme che mi tirava per i capelli, che mi risucchiava in un pozzo senza fine; mi inchiodava le braccia al corpo senza possibilità di muovermi; un gran male alla schiena giù in fondo; l'impossibilità di respirare..! Questa forza che mi teneva legata non so a cosa mi ha fatto arrabbiare! Ricordo di aver pensato: «No! non voglio lasciarmi andare!», anche se sembrava la sola cosa da fare. Ho, con tanta fatica, alzato un braccio, mi sono toccata la faccia cercando gli occhi, il naso, la bocca; mi sembrava di essere diventata sottile, schiacciata, senza spessore; ho alzato le braccia sopra la testa... cercavo qualcosa da toccare... e poi... il nero. Nero totale.
Malgrado si sentisse schiacciata, quasi immobilizzata nel suo letto, Micaela fu trascinata per almeno 400 metri lontano da casa. Anche Giuseppe Sacchet venne ritrovato lontano da casa sotto le macerie, ancora adagiato sul suo materasso. Nella sua intervista sulla notte del disastro, Giuseppe trasformava quel materasso in un tappeto volante che lo aveva trasportato sulle acque del Vajont. [p. 1]
Davvero come il mostro che Michela aveva aveva immaginato sotto il suo letto, il Vajont aveva divorato le sue vittime sputandone via i resti nel fiume di fango e detriti che lasciava al suo passaggio. [p. 20]
I primi soccorritori erano sopravvissuti, gente del posto scampata alla furia delle acque, che si aggirava tra le macerie cercando di avvertire i più piccoli segnali di vita per mettere qualcuno in salvo. Tutti ricordano il silenzio surreale, il buio profondo, la sensazione di radicale estraneità a un paesaggio che pure doveva essere familiare. [p. 21]
9 ottobre 1963. Una frana di enormi dimensioni – 270 milioni di metri cubi – si stacca dal monte Toc precipitando nelle acque del bacino alpino idroelettrico del Vajont, nell'omonima valle al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto. L’impatto con l’acqua genera un’onda di circa 50 milioni di metri cubi che travolge prima Erto e Casso per poi scavalcare la grande diga e distruggere gli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone. 1.917 persone perdono la vita, 400 non saranno mai ritrovate.