La frana del Vajont del 1963 nel racconto di Marco Paolini

Marco Paolini, Gabriele Vacis, Il racconto del Vajont, 2023
47. Ore 22 e 39
Su in valle, sopra la diga, un silenzio feroce.
L'ultima bava di ragno che teneva unita la frana al resto della montagna si rompe.
E la frana sta là. Sul piano inclinato. Non c'è più niente che la tiene attaccata al resto della montagna. E poi va.
Cos'è che la fa andare? Un colpo di tosse? Una ciacola? Un ronzio? Un ticchettio? Uno starnuto? Un motore?
Non so.
So che 260 milioni di metri cubi di roccia, coste di montagna alte 300 metri, rocciose, con i boschi sopra, con i corsi d'acqua, con lo stagno, coi campi coltivati, coi pascoli, le vallate, le colline. E le case, con le stalle e le bestie che muggiscono impazzite, con altri alla catena che si soffocano pur di scappare, con gli umani che non li hanno abbandonati... Un mondo intero, immenso!, fatto a emme, passa, compatto, non sbriciolato a sassi... Un mondo intero con gli alberi ancora dritti, passa tutto insieme da 60 centimetri a 100 chilometri all'ora in meno di un minuto.
Una accelerazione di cinque milioni di volte!
Come può farlo?
Rocce frantumate, marne, argille porose imbibite, piene d'acqua... Tutta quell'acqua evapora per il calore provocato dallo scivolamento della frana stessa. Forma un cuscino di vapore tra 1l calcare dolomitico e gli strati rocciosi... Un cuscino di vapore su cui corre la frana. Si chiama aquaplaning quel fenomeno, è lo stesso che ti fa slittare in autostrada quando cerchi di inchiodare sul bagnato: un cuscino di vapore bollente che lancia a cento all'ora la frana con attrito zero sul piano di scivolamento liscio, perfetto. La prima zolla riempie la vallata, la seconda le si gira sopra, la terza usa le altre due come un trampolino e sale, sbatte, rimbalza dalla parte opposta della valle.
Non lo può fare in silenzio.
Tu parli coi superstiti e ti dicono: «Puoi dire quello che vuoi, ma il rumore. Quello non lo puoi immaginare... Il rumore... Il rumore».
Tutti i testimoni ti dicono: «Come fai a parlare di quel rumore?».
Testimone il prete di Casso, don Onorini: «Quel rumore», dice. «E quella luce... Apro la finestra dello studiolo della canonica, vedo i fili dell'alta tensione che viene dall'Austria: le linee elettriche che si spaccano per questo movimento di fiancata di montagna e una specie di arco voltaico che illumina a giorno la vallata. E il bosco che precipita, la valle che si riempie e dalla parte opposta, sempre illuminata a giorno, la frana che corre in salita, di qua, su per la montagna, dall'altra parte della valle, oltre cento metri sopra il vecchio livello del lago. E là si ferma.»
E l'acqua? Dov'è andata l'acqua? Era piena d'acqua questa... 50 milioni di metri cubi d'acqua si sono messi in piedi al centro della valle formando un fungo alto 250 metri. Tutta l'acqua delle Dolomiti par mettersi in piedi, sull'attenti, alta come il campanile del paese. Punta il paese. [pp.119-120]
9 ottobre 1963. Una frana di enormi dimensioni – 270 milioni di metri cubi – si stacca dal monte Toc precipitando nelle acque del bacino alpino idroelettrico del Vajont, nell'omonima valle al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto. L’impatto con l’acqua genera un’onda di circa 50 milioni di metri cubi che travolge prima Erto e Casso per poi scavalcare la grande diga e distruggere gli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone. 1.917 persone perdono la vita, 400 non saranno mai ritrovate.