L’alluvione di Firenze del 1966 nel racconto di Luca Mercalli

Copertina Mercalli 1966

Nel novembre 1966 avevo poco più di otto mesi d'età. Mio padre da Torino fu inviato dall'azienda di macchine tipografiche per la quale lavorava a portare soccorso alle tipografie fiorentine invase dalle acque dell'Arno. Quando tornò raccontò del fango argilloso, della nafta e del creosoto che avevano avvolto ogni cosa con il loro untume e i loro miasmi, i bancali di carta infradiciati, i caratteri tipografici allora ancora in uso e le prime moderne rotative ricoperte di melma. Si spazzava, si lavava via la mota, si recuperava ciò che era possibile recuperare, si buttava in grandi montagne di rifiuti ciò che era danneggiato irrimediabilmente. Io ero troppo piccolo per capire, ma in seguito sentii più volte narrare questi ricordi, entrati nella memoria collettiva nazionale grazie all'opera entusiasta dei giovani «angeli del fango».[p. 166]

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre del 1966, dopo giorni di pioggia incessante, l’Arno esonda e allaga Firenze. In assenza di una rete di monitoraggio, l’esondazione non viene preannunciata e i fiorentini vengono colti di sorpresa e si trovano a lottare per la vita. Complessivamente saranno 35 le vittime nella regione. Quando l’Arno si ritira, lascia la città sotto 660mila tonnellate di fango. Elemento chiave di questa emergenza è la capacità di risposta della gente comune, della “cittadinanza attiva” arrivata da ogni parte d’Italia e da Paesi esteri per offrire aiuto a una città in ginocchio: “gli angeli del fango”.