L’alluvione di Genova del 2011 nel racconto di Sara Rattaro

Copertina Rattaro 2011

Sara Rattaro, Sul filo dell’acqua, Solferino 2020

A Genova. Siamo gente di mare, vittime dell’acqua, prudenti come rettili ma onesti come colombe.
Poi arrivò quel maledetto 4 novembre, tutta quell'acqua, quel sommozzatore che mi portò in salvo lasciando da solo il suo collega, e la voglia di annegare nella mia solitudine.
[p.16]

Quando la mia macchina rimase incastrata tra un muro e un albero, come se cercasse di ancorarsi prima del naufragio, riuscii a scendere. [p.16]
Mi sentii avvolta dentro a un sacco melmoso senza capire se stessi guardando in basso o in alto. Avvertivo il sapore metallico in bocca e la mancanza d’aria che ostruiva le narici. Era fango in gola, nel naso, sotto la lingua. Tentai di liberarmi dalle sue bende tirando calci e pugni, agitando le mani in ogni direzione. Avvertivo le forze abbandonarmi, quando qualcosa mi afferrò.
[p.17]

Pioveva ancora forte e riuscire a orientarsi in quelle strade sommerse dall’acqua non era facile ma Enrico era un sommozzatore esperto, forse troppo per ricordarsi cos’è la paura. Per questo era là, da solo. L’acqua, la sua migliore amica, lo aveva colpito alle spalle, lo aveva trascinato e intrappolato sotto al suo peso. [p.31]

Mio padre aveva appena iniziato a infilare tutta la merce nei sacchetti e io e mamma gli stavamo dando una mano, quando un rumore ci colpì tutti come se fossimo stati frustati. Mi voltai verso la porta e fu come se aspettassi qualcosa, come se sapessi che da lì a poco la nostra vita avrebbe conosciuto qualcosa di spaventoso. Là fuori, l'argine aveva ceduto e l'acqua, una violenta cascata di fango, stava riempiendo le strade e conquistando ogni spazio disponibile. Le vetrine si frantumarono in mille pezzi. Non avemmo nemmeno il tempo di gridare, ci ritrovammo immersi fino alle cosce. Le sedie, un tavolino, i documenti della contabilità e il telefono mi galleggiavano intorno. Le auto si muovevano lente e disordinate davanti alla porta come se il fiume avesse ormai inghiottito tutta la strada. [p.46]

La pioggia non aveva dato tregua dalla mattina. Le strade iniziavano ad allagarsi e le sirene dei mezzi di soccorso invadevano l’aria ovattata. [p.98]

Diversi mesi dopo, Genova fu ferita da una delle alluvioni più feroci della sua storia e tutti noi avremmo impiegato un po' a ritornare alla normalità, ad accettare la fragilità della nostra terra e a smettere di piangere il sommozzatore morto quel pomeriggio mentre tentava di soccorrere una coppia. [p.115]

Poi arrivò quel maledetto giorno. Ci richiamarono tutti. La città sembrava immobilizzata davanti all’orrore. Le notizie strisciavano nelle nostre tasche insieme ai telefoni che ci vibravano addosso. Il capitano ci divise in squadre. Stringeva i denti mentre la preoccupazione gli velava gli occhi. Eravamo solo uomini buttati in un inferno fatto d’acqua. Io ed Enrico raggiungemmo insieme alla nostra squadra il geto del fiume principale. Non esisteva più. L’acqua era arrivata ormai fino ai primi piani dei palazzi e tutto, ma proprio tutto si era messo a galleggiare. [p.145]

E il volto si riempì di lacrime annegate dalla pioggia che sembrava non volerci dare tregua. Fissavo le case che non riconoscevo più. Non c’era più cielo. Non c’era più la città. [pp.147-148]

In quel momento, pieno di suoni di sirene, grida di sollecito e il frastuono dell’acqua che continuava a scorrere, si poteva udire solo silenzio. [p.148]

Nella notte del 4 novembre 2011 si innesca un sistema temporalesco che a fine mattinata raggiunge Genova. In poco tempo i corsi d’acqua di Genova – Sturla, Bisagno e il suo affluente Fereggiano – esondano. I lunghi tratti tombati dei torrenti genovesi non sempre riescono a contenere le piene. È il caso del rio Fereggiano, le cui acque, in parte ostacolate nel deflusso dalla contemporanea piena del Bisagno, fuoriescono con violenza all’imbocco della tombatura, travolgendo tutto quello che incontrano e causando la morte di 6 persone.