Le alluvioni dell’Emilia-Romagna del 2023- 24 nel racconto di Cristiano Cavina

Cristiano Cavina, Tropico del fango, Editori Laterza 2025
«Il tropico del fango è la nuova latitudine in cui ci siamo ritrovati a vivere in Romagna. Ma su questa terra che i nostri antenati si sono inventati da una maledetta palude o togliendola alle foreste dell’Appennino, ci sta un mucchio di gente che a star zitta non è capace e anche con il cuore spezzato, ci canta sopra, anche solo per il gusto di ridere in faccia alla morte e alla sventura.»
Il cuore che mi cade giù, nel fondo della pancia. Ha ceduto l’argine di via Fratelli Bandiera. L’apocalisse sta arrivando. Andate via, salvatevi, tutti ai piani alti. [p. 9]
Perché ho guardato quel cazzo di tavolo per tutta la notte, mentre Faenza veniva investita da un maremoto causato da una piena catastrofica di due fiumi. Un muro di otto metri d’acqua, una tonnellata a metro cubo da fermi, chissà adesso, l’impatto di un treno lungo decine di chilometri alla massima velocità. [p. 9]
Il rombo del Lamone. Sirene, elicotteri. Grida. Le cose che dovremmo buttare via infangate della nostra vita, anche le case, qua dietro in via della Valle un anziano pure la vita. Nel fango. [p.11]
Nessuno qui sa esattamente da dove cominciare, è la prima volta che ci ritroviamo in una apocalisse. [p.13]
Bastano tre metri d’acqua, e tutto ciò che hai vissuto non vale più niente. [p.17]
Riparto e svolto per la provinciale che portava a Brisighella e che probabilmente non ci porterà più. Ci sono decine di frane solo per arrivare in cima: e arrivati lì, niente, pare che non ci sia più l’altro versante del monte. Dietro ai crinali più lontani, verso la Toscana, si avvicinano torri di nuvole viola, gonfie di altra pioggia. Dopo il ponte di Arsella iniziano i tornanti. A un certo punto mi viene il fiatone. Sto respirando nei tratti al sole e trattenendo il fiato quando entro nell’ombra. Di certe cose il corpo se ne accorge prima della testa. Gli scarabocchi marroncini nel verde dei boschi, da sotto sono coltellate, colpi di ascia. Respiro e trattengo il fiato. Quale creatura può brandire armi così grandi da fare a fette le montagne? Luce e oscurità. Devo andare a vedere, ma i miei piedi e la mia pancia non ci vogliono stare qui. Anche se sono a casa. Il tavolo, le panche, i muretti per le grigliate dove ci si aspettava il passaggio del Giro d’Italia, dove si litigava per i posti a Pasquetta, non ci sono più. Un pezzo di bosco scivolato da chissà dove c’è finito sopra. L’inclinazione di questi alberi, che non sono dove dovrebbero essere, come artigli pronti ad afferrarti. C’è un dosso di terra alto tre metri al posto della strada che portava a Piandoppio e poi risaliva alla statale 306. Ci andavo a raccogliere la rucola quando la finivamo in pizzeria. Chissà se sugli smottamenti cresce il tarassaco. La pizza tarassaco pancetta piaceva tantissimo. Qui era pieno. Ovunque, rivoli d’acqua, ruscelli che si portano via la terra, la pietra degli strati scoperti dei rivali che gocciola, e trova la sua strada verso il Senio, ancora in piena, cinquecento metri più giù, nel suo canyon scavato nel corso delle ere. [pp.20-21]
La terra si muove ancora. Vorrei andare ancora un po' più su, fino a Scania, dove ci sono i bufali, da là si vede tutta la vallata, ma all’improvviso tuona, o forse è il rumore dell’ennesima frana, non si capisce mai, e scappo via, i miei piedi partono prima di me. [p.23]
Continuo, anche se non si potrebbe. C’è il mostro, andando più su. Quello che apre i servizi dei telegiornali. Ho scoperto che lo chiamano così a Casola. […] è li. Non ci sta in un’occhiata sola. Devi muovere la testa da una parte e dall’altra, e poi su e in giù. Il fronte di una montagna intera. […] il mostro. La carcassa di una gigantesca creatura preistorica che è venuta a morire quaggiù, sulla statale che porta a Firenze, gli alberi e i pali del telefono come spuntoni di costole. [pp.23-24]
La terra che smuovono la spingono verso il fiume. I rivoli d’acqua la sciolgono un poco alla volta. Entrano cristallini ed escono sporchi. Le cose le impari quando le vedi. Il sangue di una collina è marroncino. [p.24]
Spaliamo acqua e limo. Il primo pensiero che ho avuto, da quando l’ho conosciuto la notte che si è allagato il nostro giardino: ecco cosa intendevano alle medie, le piene del Nilo. Non è fango. Non è acqua. È vinavil marroncino. E la prima volta che ci ho messo piede, ho avuto un’immagine. I pensieri spesso non sono parole, ma polaroid, spezzoni di filmati. Io che ci metto un seme dentro, e un mese dopo c’è una spiga alta due metri. gli immensi granai dei Faraoni. Spaliamo qualcosa di antichissimo. [pp.28-29]
Sono arrivati con il gommone, da sera si era fatta notte. Una lucina nel buio. Tra le sirene, il rombo degli elicotteri, le grida di chi si era rifugiato sui tetti. E quel rumore del fiume impetuoso. [p.29]
Non è lontano da casa nostra. Lì c’è stata l’altra apocalisse. Il cedimento dell’argine di via Fratelli Bandiera. Uno tsunami di acqua dolce. Una tonnellata al metro cubo, una piramide d’acqua. Un esercito di piramidi di acqua. [p.30]
Il lago non sommerge più la strada. C’è una lingua di fango, onde di fango che vanno solidificandosi contro i bordi del marciapiede, cumuli di melma con oggetti impastati dentro. [p.36]
Le macchine parcheggiate esistono solo dai finestrini in su. Immensi alligatori in agguato nell’acqua putrefatta, solo gli occhi affiorano. [p.37]
Il limo fertile del Nilo toglie i contorni alle cose e segna un livello netto: sopra, le forme e i colori normali del mondo, sotto tutto è marrone, con una sfumatura grigia e screpolata dove va seccandosi. Un meridiano di fango. [p.37]
(parla di una persona deceduta) L’avevano trovato i vicini. Quando l’acqua giallastra si era abbassata. Impastato nel fango dietro casa. Sotto il tropico del fango di questo nuovo, strano continente che è diventata la nostra terra. [p.41]
Che strano il livello dell’acqua, bastano dieci centimetri di pendenza che salvi il salotto o perdi tutto. [p.42]
Le cime dei pioppi come teste di annegati a pelo d’acqua. [p.42]
Lì non è arrivata una goccia. O almeno sembra. È un altro mondo rispetto a dietro l’angolo. Le macchine sono immacolate, le persone pure. Altre latitudini, tropici differenti. E io idiota mi sono sentito speciale: il prestigio dell’alluvionato, un superpotere al contrario; gli schizzi di fango sul curriculum. [p.44]
Una papera del casolare alla svolta prima dell’argine nuota tranquilla fin qui e inizia a passeggiare in mezzo a noi. Sulla fanghiglia le sue zampe palmate fanno lo stesso rumore delle mie ciabatte. […] Guardo la papera. A lei sembra non interessare. Anzi ha l’aria felice dei ragazzini quando arrivano le giostre, il suo habitat è passato da una pozza nell’aia di una casa colonica a un lago di cinquecento metri di diametro a dir poco. Una bazza. [p.46]
Siamo i più bassi, abbiamo avuto un po' più acqua. Grazie al cielo non abbiamo cantine. Danilo, di fianco a me, si: è tutto sotto, tipo le sale macchine del Titanic. Dovrà buttare via ogni cosa. A migliaia, dovranno buttare ogni cosa. [p.47]
Lo vedeva anche lei da Lugo che qua buttava malissimo. Non sapeva che si sarebbero allagati anche loro. L’inesorabile avanzata dell’acqua. Il tropico di questo nostro nuovo continente sommerso che si mette a livello. [p.48]
Già da lontano riconosco la peculiare atmosfera di questo nostro nuovo ecosistema, in ogni paese, nei quartieri colpiti di ogni città: la nebbiolina di polvere sospesa a mezz’aria. Il livello dell’alluvione a Solarolo è democratico: a un metro e venti, in ogni singola casa. [p.52]
La materia sta cambiando di stato. Ci ha travolto da liquida, stritolato da solida, adesso è gassosa. […] è il fango che si sta nebulizzando. [p.52]
Chissà se faranno una lotteria sull'alluvione. Ho tre biglietti mica male. Mi si è allagata la casa nella città dove abito, nel mio paese natale sono venute giù le montagne e a Solarolo ci ho perso il lavoro. [p.54]
Sento che l'adrenalina dell'emergenza, il carburante che ci spinge nelle nostre montagne russe emotive, va esaurendosi. Stiamo diventando tutti un po' più screpolati anche noi. [p.55]
Forse avere troppa fortuna non è un buon segno: per riportare equilibrio è arrivata la stagione dei monsoni, perché senza che ce ne accorgessimo la Romagna è diventata una terra tropicale. [p.57]
Le colline sudano acqua da ogni poro o forse è sangue [p.66]
Boschi e frane a perdita d'occhio, tra le volute della nebbia. Quella mostruosa sotto val Bianchino, verso la Toscana: come può una montagna spostarsi? [p.67]
Se chiudono non avrò modo di tornare a Faenza: non esistono più strade alternative, nessuna: distrutte tutte quante. E pure i monti per ricostruircele sopra. [p.68]
Il ragazzo con la tavola da surf che non è neanche un ragazzo ma un uomo con prole, appunto era diventato una sorta di personaggio archetipo, un Frankenstein, anche se ne avevo sentito parlare praticamente in diretta, quando abbiamo cominciato a finire sott'acqua anche noi della Filanda Vecchia, alle quattro di notte, che è stata l'ora del nostro turno, perché le alluvioni hanno fusi orari diversi a seconda delle zone e dei dislivelli. Il centro storico, i quartieri intorno a via Lapi, a ridosso delle mura medievali avevano cominciato a sprofondare alle ventitré, forse anche prima. L'acqua ha i suoi tempi, il suo cammino, come il sole. [p.82]
Da un giardino, che non è neanche un giardino, è una colata lavica marrone da cui spuntano gli alberi, esce un sommozzatore dei vigili del fuoco, lo aiutano a togliersi la muta. Le bombole sono immense, più da passeggiata nello spazio profondo che da immersione negli scantinati di un condominio. La furia dell'acqua ha distrutto i muri divisori e compromesso le fondamenta. [p.86]
L’edicola sembra una di quelle stalagmiti immense che ci sono nelle grotte di Frasassi, ha qualcosa del gelato che si scioglie, della panna montata, un cumulo soffice, però non proprio panna, una mousse di cioccolato, marrone. Era andata sotto anche con l’alluvione del 2 maggio. Ora è molto peggio. Ora tutto è molto peggio. [p.86]
Buttiamo via tutto il suo archivio, gli articoli di giornale che ha scritto in una vita. Si sciolgono tra le mani. Chissà se anche nelle biblioteche i libri fanno quella fine lì. Non lo so ancora, ma andrà proprio così. Le alluvioni sciolgono la carta. [p.89]
Siamo improbabili caronti, trasportiamo cose perdute [p.89]
È possibile che sia tappato tutto fino dall’altra parte del mondo? [p.92]
La linea del nuovo tropico è stampata perfettamente sui muri dei fabbricati, come con il filo a battere ingessato dei muratori; il parallelo incrostato che segna il confine tra due emisferi. Sotto, l'intonaco ha fatto le bolle o va sbriciolandosi; sulle recinzioni e le ringhiere resta la trama polverosa del limo fertile del Nilo e le ramaglie ormai secche trascinate dalla corrente. Il sudario lasciato da una piena da quattrocento milioni di metri cubi d’acqua. [pp.95-96]
La vegetazione sul letto del fiume è ancora piegata dall’urto della piena e mai si rialzerà. [p.99]
Oltre il parabrezza polveroso posso facilmente immaginare le coltellate delle frane, le lingue marroni come graffi, dove il manto boscoso è scivolato giù, inzuppato da mezzo miliardo di metri cubi d’acqua, sullo scheletro di argilla delle colline. Dove la ricompri una montagna? Dov’è il catalogo per ordinare le strade? [p.101]
L’acqua del Lamone esce giallastra, con il suo odore di panni asciugati male e cose morte. Non si muove neanche come un liquido, è una gelatina. Una specie di medusa d’acqua dolce. [p.103]
Completamente sommersi dall’acqua. Quella di Casola è diversa da quella di Faenza, è più marroncina, che è il colore del sangue delle colline. [p.104]
La lingua gialla che striscia fuori dai tombini. Medusa d’acqua dolce. Gelatina di colline spappolate. Ci risiamo. [p.106]
Avere quell’odore per mesi in casa, panni asciugati male e cose morenti. Non so se ce la farei di nuovo. Inizia a girare qualche elicottero, una sirena lontana, piove dal paleolitico e non smetterà mai. [p.107]
Traversara non esiste più. Se l’è portata via il Lamone. [p.108]
Dai monti abbiamo smesso di mandare giù, verso le città e i paesoni della bassa, miliardi di metri cubi d’acqua e fango: ora c’è un’emorragia di gente, piene alluvionali di persone. [p.116]
(parla dell’alluvione di Valencia) Nessuno gli ha detto niente. Nessuna allerta. Nessun messaggio sul cellulare. Quando abbiamo avuto la terza alluvione, il giorno dopo nella chat della classe, a chi mi chiedeva com'era andata, avevo fatto sentire come suonava il vocale di evacuazione. Lo avevo registrato quando era arrivato a noi. Suona come l'allarme delle astronavi quando il raggio distruttore del nemico ha perforato gli scudi e non c'è più niente da fare. Nessun avviso, ha scritto. Ho immaginato tutta quella gente tranquilla che torna dal lavoro, che si ferma ignara a fare la spesa, e l'acqua giallastra che si avvicina inesorabile, e si porta via le auto con i fanali accesi, la gente ancora per strada aggrappata ai pali della luce. Per un attimo, ho risentito quell'odore. Una strana madeleine. Un'ecatombe. Ho visto la mia vita, la nostra vita, così, senza allerte, in un baleno che però non mi è passato davanti agli occhi ma attraverso le narici, fin giù nelle profondità dei polmoni, la concreta possibilità in un giorno infrasettimanale di perdere in un colpo solo i tuoi figli. O la tua vita. E tutto quello che la arreda. Per la pioggia. Non è neanche questione di argini: le cataratte del cielo sono saltate. [p.121]
Anche se non perdi niente, anche se non entra in salotto un dito d’acqua, quando vivi una roba del genere, qualcosa la perdi, se ne va. O si rompe, dentro di te. Ti si appiccica il fango dentro, non so e non si aggiusta più. Siamo tutti legati. [p.122]