Il terremoto della Marsica del 1915 nel racconto di Ignazio Silone

Ignazio Silone Uscita di sicurezza

Ignazio Silone, Uscita di sicurezza, Mondadori, 2025 

Si era allora nel 1916 e da alcuni mesi, per terminare gli studi ginnasiali, ero stato messo a Roma in un collegio diretto da zelanti religiosi di un ordine di recente fondazione. Era appena un anno dopo il terremoto. Ne ero ancora sgomento. [p. 18]  Si era appena a pochi giorni dopo il terremoto. La maggior parte dei morti giacevano ancora sotto le macerie. I soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti vivevano nelle vicinanze delle case distrutte, in rifugi provvisori. Si era in pieno inverno, quell’anno particolarmente rigido. Nuove scosse di terremoto e burrasche di neve ci minacciavano. [p. 21] 

Una di quelle mattine grigie e gelide, dopo una notte insonne, assistei ad una scena assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato con la barba di una decina di giorni, si aggirava tra le macerie attorniato da una schiera di bambini e ragazzi rimasti senza famiglia. Invano il piccolo prete chiedeva se vi fosse un qualsiasi mezzo di trasporto per portare quei ragazzi a Roma. La ferrovia era stata interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un viaggio così lungo. In quel mentre arrivarono e si fermarono cinque o sei automobili. Era il re, col suo seguito, che visitava i comuni devastati. Appena gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e si allontanarono, il piccolo prete, senza chiedere il permesso, cominciò a caricare sopra di esse i bambini da lui raccolti. Ma, come era prevedibile, i carabinieri rimasti a custodire le macchine vi si opposero, e poiché il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione, al punto di richiamare l’attenzione dello stesso sovrano. Affatto intimidito, il prete si fece allora avanti, e col cappello in mano, chiese al re di lasciargli per un po' di tempo la libera disposizione di quelle macchine, in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione più prossima ancora in attività. Date le circostanze il re non poteva non acconsentire. Assieme ad altri, anch’io osservai, con sorpresa e ammirazione, tutta la scena. Appena il piccolo prete col suo carico di ragazzi si fu allontanato, chiesi attorno a me: “chi è quell’uomo straordinario?”. Una vecchia che gli aveva affidato il suo nipotino mi rispose: “un certo don Orione, un prete piuttosto strano”. [pp. 21-22] 

Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta secondi ucciso circa trentamila persone. Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe. In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C'era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero più spesso. Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l'uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie. [pp. 59-60] 

“C’è passata la guerra di qui?” Chiesi all’impiegato della posta guardandomi attorno. “Non mi sembra.” “Questo è un comune perseguitato dal destino” egli mi spiegò. “Perfino il terremoto gli passò accanto, non so se lo sapete. Di conseguenza, niente ricostruzione, niente sussidi, niente assistenza governativa. I guastatori tedeschi arrivarono fin laggiù; vedete quel ponticello? Che fatica sarebbe stata per loro di arrivare fin qui? Niente.” [p.145]  

Il paese mi apparve immutato, come lo ricordavo; nel mucchio nero delle case, vi erano ancora i vuoti dei crolli del terremoto di trent’anni prima. Non so perché, all’entrata del paese mi colse un’improvvisa paura, con un doloroso stringimento di cuore. [p.148] Cammino impervio e sconvolgente, il cui itinerario si diparte dal contesto familiare e dal microcosmo della comunità natale di Pescina, sconvolti dal terremoto della Marsica e lambiti dall’onda sismica della guerra europea. [p. 203]

Il 13 novembre 1915. Una scossa di magnitudo 7 colpisce il Centro Italia con epicentro nella Piana del Fucino, in Abruzzo. Il terremoto della Marsica rappresenta uno dei terremoti più violenti che la storia italiana ricordi, per l’estensione dell’area colpita, il numero delle vittime, dei feriti e dei senzatetto. La Marsica, caratterizzata da numerosi centri abitati e intensamente popolata, è rasa al suolo. Complessivamente oltre 30mila persone perdono la vita.